Benedizione: istruzioni per l’uso Convegno alla Chiesa Valdese di Verona, a cura della Commissione Culto e Liturgia delle Chiese battiste, metodiste e valdesi in Italia Una serata di riflessione biblica, teologica e pastorale è stata vissuta da un pubblico attento ed interessato, nella serata di lunedì 3 novembre presso la Chiesa Valdese di Verona. Il tema, proposto dalla Commissione Culto e Liturgia delle Chiese battiste, metodiste e valdesi in Italia, era “Benedizione: istruzioni per l’uso”: una serie di domande serrate ed incalzanti su uno degli aspetti caratterizzanti non solo della liturgia, ma della vita stessa dei credenti. Il convegno dunque ha preso spunto da vari interrogativi: cosa intendiamo per “Benedizione”? Che valore le attribuiamo? Che rapporto si instaura tra il benedicente e il benedetto? Questo gesto ha una sua efficacia?
Ovviamente i relatori non hanno dato risposte definite e preconfezionate, ma piuttosto hanno sviscerato la problematicità di queste domande, mediante quattro interventi di particolare densità e spessore, curati dalla pastora battista Lidia Maggi, dalla pastora valdese Letizia Tomassone, dal sacerdote cattolico don Marco Campedelli e dal prof. Ermanno Genre, docente presso la Facoltà Valdese di Teologia. Il pubblico ha avuto occasione di approfondire la tematica sotto vari aspetti, a partire dal testo biblico, proseguendo con uno sguardo sulle teologie contemporanee e sulla dimensione pratica, liturgica dell’atto della benedizione, senza trascurare gli aspetti culturali e storici che comprendono anche la ricerca delle scienze umane, in particolare della psicanalisi. La benedizione è presente in modo significativo nei vari libri della Bibbia, con funzioni di volta in volta legate al tempo liturgico, ma anche alla vita quotidiana e familiare. Essa rappresenta una chiave di lettura per riflettere sull’identità di Dio e su quella del credente. Già nel racconto della creazione troviamo un atteggiamento benedicente di Dio, a partire dal fatto che “Dio vide che questo era buono”, ed esplicitando la sua benedizione sugli esseri viventi e sulla creatura umana. L’atto benedicente di Dio ha il significato di promuovere uno sguardo sulla creatura, una parola che ne svela le potenzialità e la colloca in un orizzonte più ampio rispetto al presente. Al tempo stesso, però, l’atto di Dio desidera la libertà umana, la capacità della creatura di ricevere e anche al limite di rifiutare la benedizione di Dio. L’azione dei profeti si inserisce vigorosamente in questa realtà di allontanamento da Dio, che possiamo chiamare per contrasto “maledizione”, ma che non ha mai un carattere definitivo e pregiudicante: infatti le invettive dei profeti hanno l’obiettivo di incitare alla conversione, che, nella relazione con Dio, è sempre possibile. Tra i rischi connessi all’atto della benedizione vi è quello di attribuirne un significato magico, benché i numerosi esempi biblici indichino con chiarezza che non è questo il senso, ma piuttosto il porsi in relazione diretta con Dio, riconoscendone lo sguardo empatico, il dono della grazia che comunque precede la risposta umana e la sollecita. Tuttavia la storia delle chiese e anche la storia civile dell’umanità ha fatto spesso un uso distorto di questo atto, finalizzandolo alle logiche del potere e della sopraffazione. Uno dei passaggi decisivi, in questo senso, è stato l’inculcare l’idea che il benedicente avesse una funzione salvifica nei confronti del benedetto: ciò ha portato da un lato alla “benedizione” della guerra oppure alla violentazione del creato; dall’altro alla sottomissione del popolo di Dio ad una autorità che ha presunto di poter disporre delle coscienze, come espresso mirabilmente ad esempio nella figura del Grande Inquisitore, tratteggiata in modo emblematico da Dostojewsky nel romanzo “I fratelli Karamazov”. Come credenti consapevoli, invece, possiamo approfondire il valore di questo atto, che è quello di una invocazione a Dio, affinché la Sua Parola trasformi la nostra vita; riconosciamo la Sua grazia, la Sua presenza e orientiamo i benedetti verso Dio. Ognuno di noi può essere al tempo stesso benedicente e benedetto, nella reciprocità della condivisione comunitaria. Nel nostro contesto attuale, ciò implica anche una attenzione alle modificazioni culturali, evitando di restare legati a formule tradizionali, ma al tempo stesso evitando il rischio di un appiattimento alla modernità, perdendo il senso dell’annuncio evangelico, che spesso implica un dissenso rispetto al contesto. Certo, la benedizione è anche un atto liturgico e come tale ha pure una valenza simbolica, che forse è un po’ trascurata, benché non disconosciuta, nelle chiese protestanti; in ciò può essere di aiuto il contributo della psicanalisi, che riconosce al rito la forza di uno spazio simbolico in cui si è disposti ad accogliere ciò che da Dio si riceve. Essa rappresenta il passaggio dal momento del culto a quello della quotidianità; lo sguardo su se stessi è posto nella consapevolezza di aver ricevuto un dono. In particolare, è importante ricordare che, nelle parole di Gesù, l’atto benedicente si traduce in una fedeltà e vicinanza ai piccoli, ai più deboli, ai sofferenti. La nostra risposta di fede al riconoscimento della grazia si traduce inevitabilmente nel nostro quotidiano operare concreto. |