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L'assassinio di Nicola a Verona PDF Stampa E-mail
Scritto da Erica Sfredda   
domenica 11 maggio 2008

articolo scritto per il settimanale "Riforma"

A Verona, nella notte tra 30 aprile e I maggio, un giovane di 29 anni è stato assassinato in mezzo alla strada, apparentemente senza motivo. Cinque ragazzi lo hanno aggredito e picchiato a morte senza che nessuno potesse o volesse salvarlo.
Da qualche anno a Verona l'atmosfera si è fatta via via più intollerante: la caccia al diverso, sia esso migrante, rom, giovane dei centri sociali, o anche solo “non allineato”, si avverte sempre più frequentemente. Assistiamo ad episodi di pestaggio, lanci di bicchieri davanti ai bar della storica piazza Erbe, leggiamo scritte intolleranti sui muri, tutto nell'indifferenza generale. Questo clima sempre più pesante, strumentalizzato invece che affrontato seriamente dalle varie forze politiche, è culminato in un truce assassinio.

Quando il Direttore mi ha chiesto un articolo su questo episodio, ho dapprima risposto che non me la sentivo: troppo forte era il mio turbamento come cittadina e ancor di più come mamma. La mia prima reazione ai fatti era stata di paura: in quale città sto facendo crescere mio figlio, quali valori può assimilare dalla cultura di questo luogo, un'ambiziosa città ricca di storia, dove convivono stridenti contraddizioni, da un lato realtà significative sul piano dell'impegno come quella dei Padri Comboniani e dei pacifisti, dall'altro l'humus dove crescono il fanatismo religioso, il razzismo, l'avversione per il diverso. Quanto odio, quanta frustrazione, quanta violenza può essere stata covata da qualcuno prima che questi arrivi ad uccidere, e uccidere non dall'alto di un aeroplano, ma nella vicinanza del contatto fisico, sentendo l'odore e forse i gemiti della vittima? Non credo alla teoria del branco assetato di sangue, ma piuttosto a quella del vuoto interiore che va colmato a qualsiasi costo con emozioni via via sempre più forti, perdendo di vista perfino l'ultimo e più sacro confine, quello tra la vita e la morte. Mio figlio, a cui ho sempre cercato d'insegnare i valori della fede, dell'amore, della solidarietà, dell'aiuto reciproco, dell'ascolto, del rispetto, diventa allora un diverso, una possibile vittima; qualcuno a cui nella migliore delle ipotesi spetta un futuro d'isolamento.
Tutto questo mi frullava nel cuore e nella mente quando il pastore si è rivolto a me. Cos'altro posso aggiungere? Ancora una volta, come cittadina e come mamma, credo di dover reagire al nichilismo della disperazione, alla paura, all'orrore, e devo riprendere il mio percorso di fiducia nell'umanità.
Nessuno tocchi Caino: chi siamo noi per capire perché Dio ha salvato Caino, perché Dio ha permesso che Caino continuasse a vivere, avesse dei figli e fondasse la prima città della Bibbia? Al sicuro delle nostre tiepide case è facile sentirsi Abele e considerare tali i nostri figli. Credo, in realtà, che a noi non spetti giudicare - per quello esistono i tribunali - ma rimboccarci le maniche affinché il martirio di Nicola non passi invano. Dobbiamo costruire il futuro di queste nostre città tormentate, cominciando ad operare noi per primi in nome della tolleranza, dell'amicizia, della solidarietà, aprendo le nostre case al diverso, non dimenticando che siamo anche noi responsabili,come tanti piccoli Caino, ma rimanendo fiduciosi come tanti piccoli Abele.

articolo scritto per il settimanale "Riforma"

Ultimo aggiornamento ( domenica 11 maggio 2008 )
 

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