Negli ultimi tempi a Verona stiamo assistendo ad un crescere della polemica mossa dai cosiddetti “cattolici tradizionalisti”, un movimento che cerca di fare pressione presso il nuovo Vescovo della città, mons. Giuseppe Zenti, affinché desista da ogni forma di dialogo ecumenico. Secondo gli aderenti a questo gruppo, l’unica soluzione possibile per i protestanti sarebbe confessare il loro peccato e tornare alla chiesa di Roma. L’accanimento nella polemica di questo movimento è particolarmente tenace nei confronti della Chiesa Luterana, che, animata dal Pastore Friedrich Delius, da oltre un anno ha ricevuto dalla Diocesi la concessione d’uso di una chiesa restaurata, dedicata a San Pietro Martire.
Questa ospitalità ecumenica ha un significato particolare, perché il personaggio a cui la chiesa è dedicata (Fra Pietro da Verona) era un domenicano, vissuto nel XIII secolo, che fondò una “Sacra Milizia” per combattere tenacemente contro i Catari; morì ucciso. L’ospitalità ha quindi un preciso valore di riconciliazione e di dialogo ecumenico praticato nella fraternità. Da alcuni mesi il Consiglio delle Chiese Cristiane di Verona organizza con cadenza mensile un incontro di preghiera ecumenica in questa chiesa; questo evento è disturbato ogni volta da manifestazioni di protesta dei tradizionalisti, che, con volantini e striscioni ingiuriosi, cercano di richiamare l’attenzione dei passanti, attaccando l’impegno ecumenico delle chiese. Il movimento dei tradizionalisti rifiuta non solo il protestantesimo e l’ortodossia, ma anche ogni evento di sviluppo della storia negli ultimi secoli, a partire dall’Illuminismo e dalla Rivoluzione Francese, nonché l’apertura al mondo moderno che la Chiesa Cattolica ha scelto di praticare a partire dal Concilio Vaticano II. Ci preoccupa l’ipotesi che questo movimento possa avere qualche appoggio nelle alte gerarchie vaticane, oltre ad essere collegato con l’estrema destra politica. Un gruppo di soci del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche) ha chiesto udienza al Vescovo, per esprimere solidarietà alla Chiesa Luterana e per criticare l’estremismo integralista del movimento, di fronte al quale l’atteggiamento del Vescovo è sembrato ad alcuni troppo prudente. Il Vescovo ha dialogato con le persone intervenute, prendendo le distanze dal movimento dei tradizionalisti e cercando di spiegare la sua strategia di contenimento del fenomeno, che ritiene possa dare risultati efficaci. Riporto in questa sede il mio intervento, che ho trascritto successivamente.
Egregio signor Vescovo, sono un membro della Chiesa Valdese di Verona, attualmente Presidente del Consiglio di Chiesa. Sono inoltre un socio del SAE da circa trenta anni, grazie alla testimonianza ecumenica donatami dai miei genitori (entrambi protestanti) e da tanti fratelli e sorelle nella fede, molti dei quali sono membri attivi della Chiesa Cattolica. La Chiesa Valdese, come Lei ben sa, è impegnata da molto tempo nel dialogo ecumenico ed ha espresso un importante documento nel Sinodo del 1998; vorrei qui citare, se mi permette, alcune brevi frasi di questo documento. In particolare vorrei qui sottolineare il concetto di “diversità riconciliata”, che a sua volta il Sinodo Valdese ha recepito dalla Federazione Luterana mondiale. Il documento dichiara che “…la diversità… è un dato presente fin dai primi giorni, che ha caratterizzato come costitutivamente pluriforme l’unità cristiana… Come lo Spirito Santo è unico ma dà luogo a una «diversità di doni» (I Corinzi 12,4), così la Chiesa di Gesù Cristo è una e pluriforme, non uniforme. La diversità non è una semplice e (forse) scomoda appendice dell’unità o un suo corollario, ma è ciò che la costituisce e la caratterizza… Perciò oggi essere uniti in senso cristiano significa superare le divisioni salvaguardando le diversità compatibili con l’Evangelo. Una «diversità riconciliata» non è una diversità annullata.”. Mi pare che queste frasi siano molto in sintonia con analoghe espressioni contenute in molti documenti della Chiesa Cattolica negli ultimi cinquanta anni, a partire dal Concilio Vaticano II: conosciamo bene l’impegno assunto a partire da quello storico momento per costruire un autentico dialogo ecumenico con le altre chiese cristiane. A Verona da alcuni anni sperimentiamo in molti modi la gioia della condivisione ecumenica. Vorrei citare un piccolo esempio, che, nella sua semplicità, mi sembra significativo: il Coro Ecumenico, che riunisce persone di varie parrocchie cattoliche della città, insieme ad ortodossi russi e rumeni, a luterani, a valdesi e metodisti, ad una persona anglicana, è una realtà nella quale l’amicizia e la fraternità sono vissute in modo autentico e profondo attraverso il linguaggio semplice e coinvolgente della musica. Di fronte a questa realtà viva che caratterizza tanti credenti della città, ci addolora e ci preoccupa l’atteggiamento aggressivo e verbalmente violento dei cosiddetti “cattolici tradizionalisti”. Ci addolorano i toni ostili con i quali vengono colpiti i nostri fratelli luterani e tutto il protestantesimo; ma ancor più ci colpisce l’aggressione che queste persone attivano contro la stessa Chiesa Cattolica e le sue istituzioni. Sul sito www.traditio.it, che ho visitato in questi giorni per cercare di capire più da vicino la realtà di questo movimento, troviamo espressioni ingiuriose anche nei confronti della Sua persona e della Sua funzione, e persino nei confronti del papa Benedetto XVI, pesantemente criticato per aver accolto la modifica del testo della Liturgia di S. Pio V nella frase in cui si parla dei credenti di fede ebraica. Ci pare dunque che, nella foga di voler esprimere una loro ricerca della verità che ritengono di voler difendere con passione, questi “tradizionalisti” perdano di vista il principio fondamentale della carità cristiana, provocando discordia e disagio anche all’interno della stessa Chiesa Cattolica. A questo proposito vorrei ricordare le parole del papa Giovanni XXIII, che, in un discorso del 1959, cita il testo di Efesini 4,15 (“Dicendo la verità nella carità”), invitando ad usare le armi della verità come armi della carità: “In caritate! La carità nello scrivere e anche nella polemica, non indebolisce la verità, anzi la rafforza, perché la rende più accetta”. Nicola Sfredda |