Articolo scritto per il settimanale “Riforma”
| La sera del 14 febbraio scorso, a Verona, mentre un teso vento sferzava la città e non invogliava ad uscire di casa, nella chiesa valdese di via Duomo, per festeggiare come ogni anno la ricorrenza del 17 febbraio, si è tenuta una conferenza del pastore Giorgio Tourn sul tema “La predestinazione in Giovanni Calvino”. L'impressione era che almeno una parte dell'uditorio, formato da membri di chiesa e persone interessate al dialogo ecumenico, avesse nei riguardi dell'argomento poca confidenza e qualche pregiudizio. |
L'approccio iniziale del relatore è stato di carattere storico: dai passi delle Scritture che ne parlano in maniera inequivocabile (Romani, 8; Efesini, 1) alla riflessione di Agostino, per approdare al dibattito tra Lutero ed Erasmo da Rotterdam, dal quale scaturì il “De Servo Arbitrio”, in cui il riformatore di Wittemberg affermava quale condizione peculiare del credente quella di accogliere Dio nel suo atto di salvezza, di liberazione dalla schiavitù del peccato. Anche la scrittura di Calvino ci è stata presentata nel contesto storico-culturale in cui è germinata: le tensioni politiche e sociali, la rilassatezza dei costumi nella città di Ginevra, la formazione giuridica che in Calvino condiziona strutturalmente il ragionamento ed il linguaggio. “Bisogna tener presente – ci ha detto il pastore Tourn – che ciascuno pensa Dio nei termini della sue esperienza, sensibilità, formazione”. Spazzato quindi il campo da certe asprezze poco accettabili nella sensibilità contemporanea, ecco che abbiamo potuto godere di tutta la bellezza preziosa contenuta nella dottrina enunciata da Calvino. La fede, intervento pregnante di Dio nella vita di ciascuno. La figura emblematica di Gesù, alla quale noi guardiamo e nella quale vediamo risplendere la presenza di Dio ed il suo intervento salvifico, ed attraverso la quale, al contempo, Dio guarda noi, liberati dalla nostra miserevole condizione di peccatori. Il pastore Tourn ha fatto riflettere l'uditorio sulle suggestioni fuorvianti legate al termine astratto “predestinazione”, che ci riporta ad una necessità sistematica, automatica. Invece, sia l'apostolo Paolo che Giovanni evangelista ci propongono il verbo “eleggere”: i credenti sono coloro che sono eletti da Dio. In questa forma, se l'uomo mantiene la sua condizione di “oggetto”, la presenza di Dio soggetto agente carica l'atto positivo di grazia, di un senso profondamente divino, carico d'amore e di bellezza, e noi di meraviglia e gratitudine. Alcune domande del pubblico hanno arricchito la serata. Domande centrali, coinvolgenti in ognuno di noi: se Dio ci salva tutti, che senso dare alla ricerca angosciosa di fede di molte persone? E come sarà il giudizio finale sulla vita? Qui, dopo un'esposizione di ammirevole chiarezza, che ha portato concetti così ardui alla comprensione generale, nelle risposte al pubblico si è creato un momento ancora più intenso, perché il pastore Tourn ha mostrato grande sensibilità nel rivolgersi al cuore ed alle menti, dando una testimonianza viva di fede. Egli ha parlato delle misteriose vie di Dio, della chiamata che può giungere nel momento più inatteso, a volte perfino alla fine della vita, oppure in forma delicata, fragile, o ancora sotto forma di desiderio inappagato, per cui non resta a noi umani che “lasciar fare a Dio”, con fiducia. Sul giudizio, ci ha ricordato che siamo giudicati da Gesù, che già sulla terra separa le nostre strade: c'è chi prende la strada che conduce a Dio, e chi prende quella che va nell'altra direzione. Ed è questa, in definitiva, la vera morte: l'alienazione da Dio. (Enrico Parizzi) |