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I Metodisti PDF Stampa E-mail
Scritto da Nicola Sfredda   
mercoledì 09 gennaio 2008
La chiesa metodista inizia la sua storia con un movimento di “Risveglio” sorto all'interno della chiesa anglicana nell'Inghilterra del Settecento. Per “risveglio” si intende ogni movimento che si proponga di riportare la spiritualità evangelica al centro della vita delle chiese, quando esse appaiono troppo istituzionalizzate o quando la speculazione teologica rischia di rendere la fede troppo astratta e lontana dall'esperienza esistenziale del singolo credente. In particolare il “Risveglio” fu tipico di molte correnti del protestantesimo nel Settecento e nell'Ottocento.

John Wesley (1703-1791) costituì inizialmente una associazione di studenti ad Oxford, che si prefiggeva di studiare “metodicamente” la Bibbia. In seguito viaggiò nel Nord America e conobbe la chiesa dei Fratelli Moravi (un movimento riformatore, risalente al Quattrocento), che influenzò fortemente la sua spiritualità: tramite questo incontro, infatti, il giovane pastore Wesley si avvicinò al pensiero di Lutero ed in particolare al concetto dell'amore di Dio che perdona e salva per sola grazia.

L'esperienza spirituale di Wesley si basa sulla conversione (intesa evangelicamente come una “nuova nascita”) e sulla santificazione, cioè la risposta del credente all'amore gratuito di Dio, che ne trasforma la vita e gli atti. Rifiutando la dottrina calvinista della predestinazione, egli si rivolse piuttosto alla concezione arminiana (dal nome del teologo olandese Iacopo Arminio, XVII secolo), basata sulla convinzione che Dio offre la sua grazia a tutti: la persona umana può accettarla o rifiutarla; per questo è necessaria la predicazione.

Da queste premesse deriva la forte inclinazione per la diaconia rivolta ai più deboli, che in quell'epoca furono individuati tra i proletari sfruttati nella Inghilterra della prima rivoluzione industriale.

La predicazione itinerante e all'aperto (appresa da Wesley grazie all'esempio di un altro predicatore dell'epoca, George Whitefield) si intreccia quindi con una forte sensibilità sociale. Il motto tipico del movimento metodista fu: La mia parrocchia è il mondo, un concetto che esprime la centralità della fede nella vita quotidiana e nelle situazioni concrete dell'esistenza.

Dopo la morte di Wesley i metodisti si staccarono sempre più dalla chiesa anglicana ed assunsero una organizzazione autonoma. Il movimento si estese dapprima in Europa e nel Nord America, in seguito anche in Asia e in Africa, grazie anche ad una struttura ecclesiastica molto agile, basata su piccoli gruppi di reciproco sostegno spirituale, guidati da un conduttore. L'importanza data al ruolo di coloro che non sono pastori (in coerenza con il concetto del sacerdozio universale dei credenti) portò alla formazione di predicatori locali.

I metodisti nel mondo oggi sono più di 50 milioni: di essi, 10 milioni sono africani, 2 milioni sono europei. Tra i più famosi, ricordiamo il presidente sudafricano Nelson Mandela, simbolo della lotta contro l'apartheid.

In Italia, la chiesa metodista è presente fin dalla metà dell'Ottocento, con sedi di culto e attività sociali, concretizzate in alcune opere diaconali.

L'organismo nazionale di gestione, OPCEMI (Opera per le Chiese Evangeliche Metodiste in Italia), tuttora operante, ha stipulato nel 1975 un Patto d'integrazione con la chiesa valdese, consistente in un reciproco riconoscimento, da cui derivano un unico corpo ecclesiastico, una confessione di fede condivisa, una disciplina generale e una regolamentazione ecclesiastica emanate in comune. In conseguenza di tale patto la chiesa oggi è denominata Chiesa Evangelica Valdese - Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi.
Ultimo aggiornamento ( giovedì 10 gennaio 2008 )
 

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