Abbiate in voi lo stesso sentimento che è stato anche in Cristo Gesù, il quale, pur essendo in forma di Dio, non considerò l'essere uguale a Dio qualcosa a cui aggrapparsi gelosamente, ma spogliò se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; trovato esteriormente come un uomo, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce. Perciò Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni nome, affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio nei cieli, sulla terra, e sotto terra, e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre”. Filippesi 2,6-11
Care sorelle, cari fratelli, Viviamo in un’epoca di grandi migrazioni. Individui e famiglie disgregate si spostano da un continente all’altro, in genere dal Sud al Nord o dall’Est all’Ovest, in cerca di lavoro, maggiore stabilità o per sopravvivere a fame e guerra. In gioco è sempre l’identità della persona costretta ad affrontare nuovi ambienti talvolta ostili. Di fronte alle incognite, si è portati a vivere in maniera conflittuale quello che rimane della propria specificità, per timore di perderla. Sia il popolo più o meno ospitante che i nuovi arrivati consolidano le loro posizioni di sospetto, autodifesa, controllo, creando margini propri di faziosità e di violenza mal repressa. Anche Dio migra. Cristo passa per una migrazione dall'eternità, allo svuotamento, abbassamento, annichilimento nella morte, fino all'innalzamento. Ciò che affermiamo di Gesù Cristo, lo diciamo di Dio. Ecco la Sapienza di Dio, rivelazione del suo carattere più intimo, che si rifiuta di trattenere la propria divinità, quasi fosse frutto di una rapina, ma spoglia sé stessa di tutto, tranne che della fedeltà all’amore. Questa Parola, che riflette dall'eternità la gloria di Dio, dopo l’annichilimento divino viene incoronata al momento dell'innalzamento sulla croce fino al cielo, ricevendo il Nome. Nel riascoltare la storia di Gesù, secondo Adamo, che non cede alla tentazione di considerare il suo essere uguale a Dio qualcosa da carpire, scopriamo al contrario di voler essere come Dio quanto all'esercizio del potere; quando pensiamo di averlo in mano, provochiamo i disastri di cui è tempestata la storia della chiesa, sia per il tipo di dio - egoista, declinato solo al maschile, esigente, padrone - che pensiamo di dover riflettere, sia per il tipo di umanità che vogliamo rappresentare – ripiegata su di sé, divisa e certa della sua verità. Questo antico inno pizzica le corde profonde del nostro intimo sentire. Più che riassumere la vita di Gesù, evoca i nostri momenti di turbamento interiore di fronte alla sua discesa negli inferi, dove il punto infimo coincide con l’apice dell’innalzamento in un totale capovolgimento della narrazione. Al cuore di questa parabola c’è il dono senza riserve che Cristo fa di sé e che diventerà per volontà del Maestro caratteristica del cristiano; a sua volta avrà l’effetto di coinvolgere anche gli altri in un crescendo di lode a Dio Padre e di servizio riconoscente. Le note di questo canto primitivo scandiscono il modo in cui Gesù ha rivelato come sceglie Dio di usare il suo potere. Ecco che il dogma trinitario è in primo luogo la narrazione di un abbassamento. Di Dio non sapremmo nulla se non fosse per il modo in cui ci ha parlato sin dalla creazione. È stupenda la coerenza con cui Paolo ci riporta al fulcro vitale della nostra fede, non alle parole, ma al sentimento di Gesù, che gli serve per esortare all'amore reciproco e all’abbandono della faziosità. Non solo invita all'unità, ma ad una unità intorno a Cristo nella sua rinuncia di sé. Se anche dissentiamo gli uni dagli altri, rimaniamo comunque collegati a Cristo e al suo modo di essere nel mondo. Paolo non si sofferma tanto sulla natura di Cristo, sulla sua identità divina, quanto sul suo modo di vivere questa identità. Invece di cercare il potere, ha voluto esprimere la sua essenza nell'amore, come migrante in una terra ostile. Sin dalla creazione Dio ha scelto di restringersi per non occupare tutti gli spazi e per far posto all'esistenza degli altri. Questa contrazione divina può essere percepita come sofferenza materna di parto, riflessa nel gemito del creato. La stessa incarnazione è inevitabile conseguenza di quel divenire di Dio che si pone in amorevole e rispettosa relazione alle creature; in effetti, la forma di Dio che il Cristo abbandona per quella di servo non riguarda né la divinità né l’umanità, ma il suo status, la condizione di essere umano subalterno e umiliato, che in più, muore come schiavo ribelle crocifisso dai romani. Ci liberiamo dal tormento di dover tutelare la nostra identità quando ci convertiamo da una mentalità di potere che occupa spazio ad una mentalità di amore che lascia spazio, quando comprendiamo le radici e la crescita di altre e altri. Al cuore della Buona Notizia c'è la croce di Cristo, che confessiamo come atto liberatorio. Il tragico abbandono di questa morte, spoglia di qualsiasi onore e bellezza, provoca un’irruzione di vita; dalla croce orribile germinano nuove relazioni di fiducia sul fondamento realistico del perdono e nascono nuove possibilità di vita scaturenti da questo sacrificio. In Dio l’amore gratuito precede il diritto, il dono di Sé anticipa la rivelazione dell'identità, l’atto di redenzione è annunciato prima di quello creativo - o meglio: il diritto coincide con il dono di sé, mentre l’identità in divenire di Dio si spiega in questo drammatico percorso di restringimento e abbassamento, cui fa da contrappunto l’innalzamento, fino a quando Dio sarà tutto in tutti. Cristo è uguale a Dio, ma nel suo percorso di servizio, ritrova la sua identità per una via diversa da quella tentata da Adamo. Da ora in poi, se l'umanità vorrà riconoscere la presenza e la potenza di Dio, dovrà guardare a Gesù, che non è un secondo dio, ma il Signore. La dottrina della Trinità è la risposta narrata dalla Chiesa Universale a questo mistero. La nostra fede in Gesù indica che prendiamo questo essere umano come punto di riferimento della nostra comprensione di Dio, metro e misura della nostra fede. La Chiesa non deve prevalere sul mondo con il dogma dell’incarnazione, ma piuttosto incarnare l’amore mentre segue Cristo, attraverso il quale nel mondo è avvenuta una trasformazione, tanto che esiste ora un nuovo modo di essere e di pensare. L’inno a Cristo non è un ideale irraggiungibile, una storia vera ma isolata, bensì l’evento finale che determina la vita di uomini e donne testimoni della morte e resurrezione. Al suo innalzamento dalla croce in cielo, Cristo non si ritira dal mondo malvagio per abbandonarlo al suo destino: la consegna del Nome da parte del Padre all’intronizzazione costituisce un atto di portata cosmica che non estingue però il tempo dell'incarnazione. Il Risorto ed Innalzato continua nella Chiesa e verso il mondo la sua missione come il Crocifisso. È invocato ancora con il nome familiare “Gesù”, con cui ci ha incontrati nella sua umiliazione: Signore di tutta la realtà, ma nascosto nella realtà. Se leggiamo il brano evangelico delle Palme accompagnato dalla lirica citata da Paolo nella Lettera ai Filippesi, ci sembra di scorgere Gesù, re legittimo ma in incognito persino a sé stesso, che adempie l’opera del Padre, rispondendo alla sua vocazione di Figlio, come siamo chiamati noi a rispondere alla nostra. Per alcuni, il suo ingresso in Gerusalemme è diventato simbolo dello scontro interiore ed esteriore di civiltà, con sé stessi e le proprie aspirazioni. Ma in gioco non c’è il controllo finale o l’esercizio del potere. I segni del servizio hanno poco a che fare con palme e corone, che alla fine saranno sovvertite dall’ironia della croce, ma molto a che vedere con gli atti di guarigione e liberazione della persona, di giustizia e compassione. Solo qui risiede il potere vero, quello di Dio: un potere ministeriale che non poteva non venir suggellato dalla morte di Dio. Senza la crocifissione e la risurrezione, l’ingresso trionfale resterebbe ambiguo, uguale al potenziale disastro che attua ogni generazione in nome della pietà e della religione. Invece, questo modello radicalmente sovversivo di potere, esercitato con franca tenerezza e compassionevole durezza, lancia una sfida non solo ai sistemi di età imperiale, ma anche ai poteri ecclesiastici di oggi. Quando tutto è in gioco e l’esito della causa umanamente improbabile, si può parlare di un potere radicale e sovversivo, che Cristo scatena sul mondo attraverso gli eventi della “settimana santa”, e che continua a manifestare attraverso quel Corpo imperfetto, ma perdonato e redento, di persone chiamato “La Chiesa”. (Pastore) “Let the same mind be in you that was in Christ Jesus,
who, though he was in the form of God,
did not regard equality with God
as something to be exploited,
but emptied himself,
taking the form of a slave,
being born in human likeness.
And being found in human form,
he humbled himself
and became obedient to the point of death —
even death on a cross. Therefore God also highly exalted him
and gave him the name
that is above every name,
so that at the name of Jesus
every knee should bend,
in heaven and on earth and under the earth,
and every tongue should confess
that Jesus Christ is Lord,
to the glory of God the Father.” Philippians 2,5-11
Dear sisters and dear brothers, We live in an age of great migrations. Individuals and families move from one continent to another. The person’s identity, forced to face a new and at times hostile environment, is always at risk. We feel we have to express our identity in a confrontational way, as we struggle fearing to loose it. Both the host country and the new comers may consolidate their suspicions, self defence, control, thus creating their own factions and fringes. God migrates too. Christ moves through migration from eternity to emptying himself, abasing himself, even to the point of nothingness in death, and is then exalted. What we confess about Jesus Christ, we affirm about God. Here is God’s Wisdom, unveiling God’s most intimate character, who refuses to hold on to her divinity as though it were something to be grasped, but empties and strips herself of all but love. This Word reflects God’s glory from eternity: after this divine emptying, he is crowned the very moment he is exalted on the cross up to the heavens, receiving the Name. In this hymn we listen to the story of Jesus, the second Adam, who does not fall to the temptation of considering his being equal to God something to rob. This mind of Jesus is used as an example by Paul to exhort believers to love one another and to abandon divisiveness; it is not simply a call to unity, but to unity around Christ in his self-denial. Though we may dissent form one another, let us none the less remain connected to Christ and to his way of being in the world. In order to bring our ways of seeing and feeling things together, Paul does not pause to consider the nature of Christ, or his divine identity, as much as he focuses on the way Christ experiences his own identity. Instead of seeking for power, he wanted to express his essence in love. Our liberation takes place when we are converted from a power mentality that occupies spaces to a love mentality that leaves space for others. God chose to be restricted in order not to occupy all spaces and make room for the existence of others. The form or image of God that Christ abandons is not his humanity, but his honorific position. Humiliation has to do with his condition as a normal human being, but he dies as a crucified slave by the Romans. At he heart of the Good News we find the coming and the death of Christ, that we recognize as an act that liberates us. This death provokes a breakthrough of life; it opens the way to new trusting relationships based on forgiveness. Love comes before law, before identity. He is equal to God, and yet, in his path of service, he reaches this point from a different way than that attempted by Adam. From now onwards, if humanity wants to recognize the power and presence of God, they will have to look to Jesus. He is not a second god, but the Lord. The doctrine of the Trinity is the Universal Church’s answer to this mystery. Our faith in Jesus shows we take Christ as the reference point for us to understand God. This human being is the standard and criterion of our faith in God. The Church shouldn’t prevail over the world with the dogma of the incarnation, but rather incarnate love as she follows Christ, through whom a transformation has taken place in the world, so that there is now a new way of being and thinking. Jesus’ story is not an unreachable ideal or an isolated happening, but the final event that determines the life of men and women who are witnesses to the resurrection. After his death, Christ does not pull out of the wicked world: the bestowal of the Name by the Father at the exaltation and enthronement is a cosmic act, but does not extinguish the time of his humiliation. Jesus, the familiar Name of his abasement, is the Risen and Exalted Lord who continues his mission in the Church and to the world as the Crucified One: the Lord of the whole of reality, hidden in this reality, to the glory of God the Father. (Pastor) |