| Care sorelle e cari fratelli,
molti di noi avevano creduto o almeno sperato che il secolo scorso, si chiudesse con la costruzione di una nuova Europa. In molti abbiamo a lungo accarezzato l'idea di aver inaugurato un tempo nuovo, per il nostro vecchio continente e per il mondo intero. Invece abbiamo salutato la fine del xx secolo senza nostalgia.
Abbiamo a volte l'impressione che la storia si ripeta; si ripetono le guerre ed i tentativi di risolvere i conflitti con le guerre, si ripetono le pulizie etniche, si conferma l'incapacità degli esseri umani a riconoscersi fratelli o anche soltanto compagni di un'avventura che può soltanto essere comune. Anche l'Europa delle chiese, dell'ecumene cristiana, non è diventata realtà in questi ultimi anni. Anzi, dopo i momenti alti di Basilea e di Graz in cui si rinnovava il nostro impegno per la pace, la giustizia e l'integrità del creato, siamo tornati a dare per scontato un equilibrio che non c'è forse mai stato. Se l'Europa politica è fragile, quella della fede e delle chiese lo è altrettanto.
Quale Europa, allora vorremmo contribuire a costruire? Quella di Babele o quella di Pentecoste? Quali sono i grandi temi sui quali anche le chiese - o forse proprio le chiese per prime sono adesso chiamate a lavorare -, temi che sono comuni a questi due testi così importanti per la nostra fede?
Anzitutto quello del linguaggio e della comunicazione. A Babele Dio viene a confondere i diversi linguaggi perché la gente non possa più comprendersi e perché la costruzione della città e della torre cessino immediatamente. Sembra quasi che Dio sia geloso del progresso dell'uomo, che vuole organizzarsi per vivere meglio. Dio interverrebbe con la violenza per mantenere la propria posizione dominante.
In realtà, è tutto diverso. La società che si vuole costruire a Scinear, attraverso la città ed il santuario, è una società di uomini e donne sottomessi ed uniformati. Nimrod, discendente di Noè, di cui ci parla già il capitolo precedente, va in Assiria ed edifica le prime grandi città, simbolo di questo tentativo di omologazione. Secondo Nimrod, tutti devono vivere in una grande concentrazione e parlare un solo linguaggio. Questo non ci stupisce. Tutti sappiamo bene che l'unificazione della lingua è sempre stata collegata ad un preciso disegno di oppressione. Il dittatore vuole che la gente si liberi di Dio per sottomettersi al suo potere che cerca l'unità artificiale di tutti.
Ecco perché Dio interviene; perché l'umanità non si auto-distrugga, attraverso un linguaggio artificiale che non crea autentica comunicazione, ma alienazione.
A Pentecoste, succede l'inverso: gente diversa, popoli diversi che mantengono una molteplicità incredibile di linguaggi e che arrivano a comprendersi. A Pentecoste tutti mantengono i propri mezzi d'espressione, la propria cultura, il proprio modo di rapportarsi agli altri e a Dio, ma ci si ascolta. Ecco perché ci si può comprendere. Si può imporre un solo, unico, linguaggio senza avere comunicazione reale, mentre si possono parlare linguaggi assolutamente diversi e vivere una piena comprensione ed una piena comunione. A Pentecoste, la dispersione e la molteplicità dei linguaggi diventa una grande “chance”, una grazia. Perché? Perché non possiamo comprenderci basandoci esclusivamente sulle nostre convenzioni, che possono essere più o meno libere. Solo Dio, il Dio dello Spirito della libertà può produrre vera comprensione.
Vi è una seconda, importantissima considerazione collegata al linguaggio ed all'esercizio del linguaggio che a Babele viene fatto. La costruzione della torre serve per consentire agli abitanti di Babele di “darsi un nome”. “Venite, acquistiamoci fama” o meglio “Venite, diamoci un nome”. Il nome, per il credente ebreo indica l'identità profonda della persona e ne segna la dipendenza. Dio soltanto dà il nome ad ogni cosa, Dio soltanto è la fonte di tutto ciò che ha nome. A Babele si cerca dunque, davvero, di prendere il posto di Dio. Ci si vuol dare un nome, si afferma cioè la propria autonomia da Dio e si esercita un potere nei confronti degli altri ai quali, anche, si vuole dare un nome. L'idolatria e l'oppressione hanno sempre la stessa radice. E' come se noi dicessimo: il mio nome, cioè il senso profondo della mia vita non lo ricevo più da Dio, ma sono io stesso a darmelo. Anzi, quando la torre sarà finita, darò un nome anche a Dio. Sarò io a potere dare un nome ad ogni cosa. Ecco perché Dio interviene. Ed è interessante notare che dopo il disastro di Babele, inizierà la storia dei patriarchi, di Abramo, il quale verrà chiamato da Dio e da Dio riceverà un nome nuovo, una nuova identità, una nuova storia. Ed insieme a lui tutti coloro che hanno ricevuto o accettano di ricevere da Dio la propria vocazione, il senso della propria vita.
A queste considerazioni sul linguaggio si collega quella legata all'uniformità o all'omologazione. Quale città, quale Europa stiamo costruendo? La Babele dove tutti devono rassomigliarsi, dove tutti devono rispondere a determinati parametri non solo economici, ma anche culturali oppure la nuova comunità di donne e uomini liberi che a Pentecoste si riconoscono con stupore e riconoscenza diversi eppure in comunione, attraverso una comprensione reciproca autentica? La tentazione ricorrente che la storia ha sempre conosciuto, la tentazione di fare in modo che ogni popolo, ogni etnia, ogni gruppo sociale potesse avere uno spazio in cui vivere senza contaminazioni esterne, sembra riaffiorare con preoccupazione. Molti (comunque troppi), anche da noi Italia, chiedono di ridefinire i propri territori in base all'appartenenza etnica. Questa tentazione di Babele, della città perfetta ed omogenea ( che sempre nella storia è diventata una prigione), questa tentazione che viene frantumata a Pentecoste, va combattuta nelle e dalle chiese con grande coraggio.
La nuova umanità di Pentecoste, non conosce più appartenenze etniche, geografiche, culturali, sociali, politiche, neppure religiose.
Dio stesso, il Dio di Gesù, che non va più adorato né a Gerusalemme, né sul monte Garizim, non è più confinato in un luogo o in un tempio, ma vive nella dimensione della libertà dello Spirito e ci chiama ad uscire dalle nostre terre e dalle nostre sicurezze. Tutta la terra, infatti, diventa il nostro Paese. E il nostro Paese diventa e diventerà sempre di più la terra di tutti. Io credo che Pentecoste sia anche questo: la denunzia della sedenterizzazione, il rifiuto di diventare sedentari nel senso spirituale prima ancora che fisico. Il cittadino di Babele non vuole più mettersi in marcia, cerca solo un'istituzione (che sia politica o religiosa) che gli dia sicurezza e lo metta al riparo da tutte le minacce esterne. Qui davvero le chiese possono essere anticipazione di un mondo che dovremo costruire con fatica, perché la chiesa non può conoscere confine e l'appartenenza alla chiesa di Gesù Cristo non sarà mai una questione di sangue o di razza, ma di fede e di libertà. In particolare il protestantesimo dovrebbe sapere che il senso della nostra vita sta nella chiamata che si rinnova da parte di un Dio sempre sorprendente.
Non a caso, dopo Babele, Dio chiama Abramo; dopo la tentazione di diventare sedentari e uniformati, Dio fa entrare sulla scena della storia della salvezza Abramo - che da sedentario diventa nomade -, che lascia il suo paese e la cui unica sicurezza è la fede. Anche i Valdesi medioevali, che sottolineavano il carattere itinerante della loro vita e della loro predicazione, lo sapevano: bisogna essere continuamente in cammino per sperare di imbattersi nelle tracce di Dio. Non ci si può dichiarare arrivati se non si vuole inciampare nell'idolatria. Credo fermamente che il grande movimento di uomini e di idee al quale stiamo già assistendo, ma che diventerà la condizione normale per i nostri figli non sarà una maledizione (come molti temono), ma una grande chance per l'Europa e per tutti noi. E proprio noi, che dovremmo già essere come dice la lettera agli Ebrei “forestieri e pellegrini sulla terra” dovremo insegnare ai nostri compagni di cammino quanto è importante vivere in un mondo aperto.
Dopo Babele, insomma, non ci sarà più un'umanità unita. L'utopia dell'umanità unita, nel senso di unica e di uniformata, non avrà più ragion d'essere. Ma a Pentecoste - e questo dev'essere il senso del nostro impegno oggi e domani - è possibile credere che Dio ci offra una nuova possibilità di comunicazione e di comunione. Anzi sarà proprio la nostra diversità, a permetterci di conservare la nostra originalità e a rendere possibile quell'unità dello Spirito di Dio, dello Spirito della libertà, che è ciò che dà respiro e ragion d'essere alla fede cristiana ancora oggi. Amen
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