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Testo della predicazione di domenica 2 aprile 2006 Marco Fornerone (Studente Facolta Valdese di Teologia a Roma) Cari fratelli e care sorelle, voglio raccontarvi come è nato questo sermone, da quando ho aperto Un giorno una parola ed ho letto il testo proposto per oggi, Numeri 21 da 4 a 9. La prima reazione è stata andare a vedere quali erano gli altri testi proposti, perché questo qui non mi diceva tanto. L'ho letto e riletto più di una volta, ma non mi metteva in moto nessuna rotella. Le uniche cose che mi venivano in mente erano le ricerche esegetiche di cui si parla nel mio manuale di introduzione all'Antico Testamento, cose molto interessanti e utili per la comprensione, ma un po' noiose per un sermone, infatti ve le risparmio. Quindi non avevo grandi idee, e poi c'erano anche delle cose che mi mettevano un po' in difficoltà come, per esempio, il fatto che Dio mandi dei serpenti velenosi che uccidono un sacco di gente del popolo d'Israele, oppure ‘sto serpente di rame, ma cos'è?. Avevo deciso di scegliere un altro testo, magari più interessante, ma, ad un certo punto, mi sono sentito addosso gli sguardi di rimprovero di tutti i Riformatori “Sola scriptura!” e ho pensato che non era un approccio corretto alla Scrittura, non si può mica sempre scegliere solo i passi che ci fanno comodo, ogni tanto sul testo bisogna anche “rompercisi le corna”, come si direbbe dalle nostre parti. Allora, animato da un rinnovato fervore calvinista, mi sono ributtato sul mio testo. E qualcosa è successo, un ingranaggio dev'essersi sbloccato e mi sono accorto di quel che prima mi era sfuggito, mi sono spiegato alcune delle cose che non capivo. Quindi, senza perdere altro tempo, entriamo nel nostro testo.
L'azione si svolge nel deserto, dove Israele si trova ormai da quasi quarant'anni, dopo essere stato liberato dalla schiavitù d'Egitto, in marcia verso la terra promessa. Tutti ci ricordiamo credo, fin dalla scuola domenicale, di quante ne ha combinate Israele durante questo viaggio attraverso il deserto, di quante volte ha tradito il patto stretto con il Signore, delle punizioni che Egli, adirato, ha inflitto loro. Una delle punizioni più severe di cui si parla è quella rivolta alla generazione che è uscita dall'Egitto con Mosè: nessuno di loro, neppure lo stesso Mosè, vedrà la terra promessa, tutti loro moriranno nel deserto e solo i loro figli, nati nel deserto, vivranno nella “terra dove scorrono il latte e il miele”. Il nostro testo racconta proprio uno degli ultimi avvenimenti che riguardi la prima generazione che, ancora una volta, dimostra di non aver imparato la lezione. Dovevano essere proprio dei soggetti testardi questi Israeliti, io me ne sono stupito: come gli viene in mente di lamentarsi ancora? Il Signore li ha liberati dalla schiavitù, ha promesso loro un paese, un intero paese, ha promesso di occuparsi di loro come una mamma affettuosa e un papà saggio farebbero con il loro figlio, ma Israele, prima o poi, si scoraggia, perde la fiducia nella buona riuscita del suo cammino, mette in dubbio le fedeltà del Signore, così perdono di vista, dimenticano tutto quel che il Signore ha fatto e fa per loro e iniziano a lamentarsi. Non soffrono la fame, per mangiare, basta che escano dalla tenda, allunghino una mano e raccolgano la manna che Dio da loro ogni giorno. Piuttosto che esserne felici, si lamentano, la manna è nauseante. E per un motivo così stupido si mettono a parlare “contro Dio e contro Mosè”. Allora, come tante volte è successo, arriva la punizione: “il Signore mandò tra il popolo dei serpenti velenosi, i quali mordevano la gente e gran numero d'Israeliti morirono”.
Ed eccoci ad un passo difficile, Dio decide di far morire i suoi figli, di farne morire molti. Si potrebbe discutere molto su come interpretare questo versetto, è veramente Dio che manda i serpenti? O forse vuol solo mostrare come, senza l'aiuto di Dio, Israele è in balia di un ambiente inospitale, ostile, estremo come il deserto? Io propendo per la seconda, ma è una mia interpretazione. In ogni caso, qualsiasi interpretazione noi scegliamo, quello che capiamo da questo testo è che Israele ha bisogno di qualcosa che non va, di qualche pericolo, per ricordarsi del Signore e tornare ad avere fede in Lui. Adesso non mi sembrano più così strani questi Israeliti, anzi, mi riconosco abbastanza in questa incostanza, in questa insufficienza di dedizione a Dio. La nostra vita felice, tutto sommato agiata, senza troppe preoccupazioni, ci fa spesso dimenticare del bisogno che noi abbiamo di Dio. Ma quando qualcosa non va, quando qualche male, piccolo o grande che sia, ci colpisce, allora ci ricordiamo del Signore, gli chiediamo perché non ci ha aiutati, gli chiediamo dove stava guardando in quel momento, a volte gli diamo addirittura la colpa. E poi gli chiediamo di allontanare da noi i nostri mali, questi moderni serpenti, esattamente come fa Israele nel nostro testo. Gli Israeliti capiscono di aver bisogno del Signore, riconoscono la sua potenza e si ricordano che devono tutto a Lui. Se sono liberi, vivi, è solo per la sua bontà. Allora corrono da Mosè, gli confessano il loro peccato e gli chiedono di pregare per loro il Signore adirato. Ed ecco, quello che fino ad un attimo prima sembrava un Dio così cattivo, senza misericordia, esaudisce subito la richiesta del popolo infedele.
Il Signore disse a Mosè «Forgiati un serpente velenoso e mettilo sopra un'asta: chiunque sarà morso, se lo guarderà, resterà in vita».
Scampato pericolo dunque, il Signore è intervenuto e ha salvato il suo popolo, tutto a posto, tutto risolto. Secondo me però il testo vuole dirci ancora qualcosa. La domanda che mi sono fatto all'inizio adesso comincia ad avere un senso, perché il serpente di rame? Perché il Signore non ha semplicemente allontanato i serpenti? Perché ha ordinato a Mosè di costruirsi un'immagine?
Credo che il testo voglia metterci in guardia da un altro errore in cui gli Israeliti, e noi con loro, rischiano di cadere, riducendo Dio a “quello che ci salva dai serpenti” o, ancora peggio, pensando di aver bisogno solo del serpente di rame per sopravvivere nel deserto, rivolgendo a lui le preghiere, anziché al Signore. Come ho detto è un rischio che anche noi corriamo, attraversando il nostro deserto. Ma cosa può rappresentare per noi il deserto? Uno spazio ampio, senza punti di riferimento, pieno di pericoli ma è anche un luogo di passaggio, il luogo dove avviene una trasformazione, un cambiamento, una crescita, attraverso il deserto Dio ha trasformato Israele da popolo schiavo a popolo sovrano sulla sua terra. Alcuni hanno usato l'immagine del deserto per rappresentare la nostra società, “postmoderna”, una società i cui i vecchi valori, i vecchi punti di riferimento non valgono più, in cui se ne devono trovare di nuovi, rischiando di perderci e di perdere la nostra identità. Pensando a questo, mi sono venuti in mente tanti moderni “serpenti di rame”, insegne con cui si sbandiera il proprio legame con Dio, attorno a cui si cerca di raccogliere i fedeli smarriti nel deserto, finendo per svuotare di significato la propria identità di fedeli, la propria esperienza di fede. Non appena allarghiamo un po' i nostri orizzonti, ci accorgiamo di non essere i soli, di non essere l'unico modello culturale e sociale, capiamo che l'essere maggioranza è un concetto relativo. Ecco, siamo nel deserto. In questo deserto abbiamo bisogno di una guida, di un punto di riferimento per navigare a vista e, purtroppo, a volte troviamo più facile cercare un serpente di rame anziché alzare lo sguardo alla nuvola, da cui il Signore guida il cammino del suo popolo. Pensiamo a quante volte, nel nostro paese, ci troviamo a contatto con uomini e donne provenienti da un altro paese e cosa succede? Invece di essere felici di aver incontrato una fratello o una sorella da conoscere e scoprire, il più delle volte ci si mette a starnazzare spaventati dallo “scontro di civiltà”, facendo quadrato attorno alla propria identità, alla propria tradizione, al proprio serpente di rame. Mi ha fatto sorridere che al capitolo 3 del vangelo secondo Giovanni, Gesù paragoni la sua crocifissione all'innalzamento del serpente. Mi ha fatto sorridere perché, di questi tempi, vediamo un sacco di gente a cui del Cristo nostro Signore non interessa assolutamente nulla, ma che sono molto attenti a tenersi ben stretto il crocifisso, come unica arma per difendersi dagli stranieri cattivi che vogliono privarli della loro identità. Ma questi furbacchioni non sanno, o fanno finta di non sapere, che non sono solo i non cristiani a non volere il crocifisso esposto nei luoghi pubblici. Questo “ateismo devoto” è sicuramente un bel problema, politico e sociale, sintomo dell'assenza di un'identità civile e di una cultura della laicità. Se restringiamo il campo sulle nostre comunità, ci possiamo accorgere che anche noi tutti dobbiamo far attenzione ad errori simili, a volte siamo troppo attenti a definirci cristiani, evangelici, non-cattolici, elencando le cose che non facciamo, cercando di distinguerci. Ma questo non è sufficiente, il Signore è molto più esigente, ci chiede di essere veramente cristiani, di agire come tali, di essere là dove le cose accadono, accanto a quei fratelli e quelle sorelle da cui Gesù Cristo sarebbe andato, dagli oppressi, i deboli, gli emarginati, i piccoli. Perché il significato della croce di Cristo, l'azione che il Signore ha compiuto con essa è questo: Egli ha amato il mondo, ha amato noi uomini peccatori e ci ha insegnato ad amarci l'un l'altro. Amen Numeri 21, 4-9
Dear brothers and sister, I would like to explain you how this sermon is born. When I red this text for the first time, was quite hard understand its meaning. We can read about a God angry, who kills a lot of people. I wanted to look for another text, but I think we have to read and try to understand even difficult text like this one. The setting is the desert, Israel is there for almost fourteen years, after escaping from Egypt under the lead of Moses, they are going to the land that the Lord promised them. I think we always remember that the people of Israel often rebelled against God and the pact they had with Him. The result was that He always punished them. I thought that Israel was a quite strange people, they had everything they needed, they are free and they will soon arrive in the Promised land, but they always found some motivation to rebel against God. In this case they have a quiet life, to found food they only have to go out from the tent and take it on the ground. They say that is not good enough and they begin to speak against the Lord and against Moses. The Lord became angry and decides to punish Israel: He sends poisoning snakes between them and a lot of them dies. In this way Israel understand that the only possibility for them to survive into the desert is God's help. They go to Moses and ask them to pray the Lord of forgiving them. The Lord looked so angry, so cruel, without mercy, but immediately forgives and save them from the snakes. He orders Moses to make a copper snake, everyone will look at this snake will survive at the snakes' bites. I think that this quite unusual order means that we have to e warning to another risk: the risk of forgetting God and beginning to pray our symbols. Lets think about our symbols, have a cross is not enough to be called Christians, we have to do more, we have to be really Christians, we have to act as Christian, we have to live as God teach us through the cross and the resurrection of Jesus Christ, with the actions He did, thanks to the cross: He loved the world, He loved us sinners, He show us to love each other. Amen
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