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sabato 05 gennaio 2008 |
Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno a guisa di leon ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede, sapendo che le medesime sofferenze si compiono nella vostra fratellanza sparsa per il mondo. (I Pietro, 5:8-9) I due versetti di oggi sono inseriti in un paragrafo che parla dei doveri degli anziani e dei giovani. La prima esortazione è che gli anziani non signoreggino sui giovani, non li prevarichino, non gestiscano malamente il potere che hanno ma, al contrario, siano degli esempi per i più giovani. La seconda esortazione è rivolta a questi ultimi e si chiede loro di essere soggetti agli anziani, di rispettarli e di seguirne i consigli. La terza riguarda gli uni e gli altri e chiede di essere sobri e di vegliare, perché "il vostro avversario, il diavolo, va intorno come un leone ruggente, cercando chi possa divorare". Trovo quest'ultima immagine davvero potente: un leone fa paura, è grande e spaventoso, quando ruggisce, poi, fa tremare tutto quello che lo circonda. Eppure queste tre esortazioni, in un certo senso, ci lasciano freddi, ci paiono lontane, fuori moda, ci sembra che un'attualizzazione sia necessaria, indispensabile. Non cogliamo neppure troppo bene quale sia il nesso tra la sobrietà e il discorso generazionale e poi a cosa allude questa fratellanza nella sofferenza di cui parla nell'ultimo versetto? "Pascete il gregge di Dio …di buon animo…. non signoreggiando". Purtroppo coloro che hanno oggi la responsabilità di pascere il gregge di Dio, lo stanno facendo impoverendolo miseramente e contemporaneamente depredando tutta la Creazione. Sì, perché non assistiamo solo alla distruzione del pianeta che Dio ci aveva affidato, ma, ed in fondo è anche peggio, all'impoverimento spirituale dei giovani e dei bambini, ai quali è stata tolta l'aria buona, i cibi sani, ma soprattutto il senso di appartenere alla creazione del Signore, la coscienza che il pianeta non ci appartiene, ci è stato solo affidato. Gli anziani a cui i giovani devono portare rispetto non hanno saputo insegnare il rispetto, ma la sopraffazione, il dominio del forte sul debole, l'attaccamento alle cose materiali senza curarsi di quelle spirituali. In nome di una presunta giustizia, quella che permette ai ricchi di arricchirsi sempre più, si è insegnato ai giovani l'arte dell'individualismo, il piacere del possesso. Le esortazioni di Pietro acquistano però un significato molto particolare alla luce del versetto 8: siate sobri, il vostro avversario, il diavolo va attorno". Questo richiamo alla sobrietà in una società opulenta come la nostra fa sorridere, ma dovrebbe invece richiamare tutta la nostra attenzione considerando che l'ha scritta Pietro molti e molti secoli fa, in un contesto socio-economico diverso, ma non troppo dal nostro, Anche allora c'era un impero che cercava di fagocitare tutto, un impero che nella propria opulenza aveva visto annebbiarsi e perdersi quei valori spirituali che gli scrittori antichi ci hanno trasmesso come la forza trainante alle origini di Roma. Un impero che comprava quello che poteva e distruggeva tutto quello che gli si opponeva. E i cristiani si opponevano con forza e tenacia all'impero. Si opponevano al fatto che Roma prometteva loro agi e ricchezze, in cambio della loro spiritualità, della loro libertà di pensiero. A Roma non interessava, realmente, cosa pensavano i suoi sudditi: l'importante era che tutta la macchina fosse ben oliata, che non ci fossero sassolini ad incepparne il meccanismo. E i cristiani erano dei sassolini molto fastidiosi perché rivendicavano il loro diritto a non adorare l'imperatore, a non omologarsi agli altri, a stimare la loro vita spirituale, e non gli agi materiali, come il tesoro più prezioso, l'unico imprescindibile. L'impero rispondeva con le guerre, le stragi, la creazione dei capri espiatori, ma anche con le blandizie, cercava anche di fagocitarli col brillio dell'oro, del progresso…. Ma Pietro mette in guardia giovani e anziani: siate sobri, vegliate, state fermi nella fede. E noi oggi? Noi chiese del ventunesimo secolo siamo forse una minaccia per l'impero? Ci opponiamo efficacemente affinché non ci fagociti, affinché non distrugga i nostri valori, la nostra fede? Io non credo. Perché al di là delle dichiarazioni ufficiali, al di là dei documenti noi, singoli credenti cristiani, facciamo molta, moltissima fatica a resistere al leone che ruggisce là fuori. Non lo percepiamo più come un ruggito, ci giunge alle orecchie come un suono melodioso, quasi come il canto delle sirene. Un canto che ci illanguidisce, che ci toglie la capacità di vedere tutto il male che il leone sta facendo, che ci irretisce con le sue lusinghe. Siamo tutti in buona fede, ma siamo abbagliati, accecati, non intravvediamo neppure la possibilità di resistere, non ci accorgiamo nemmeno che col nostro stile di vita abbiamo smesso da un pezzo di essere sobri e siamo stati divorati dal leone. Eppure, anche oggi come allora, ci resta una possibilità. Pietro infatti ci incoraggia a resistere e tornare alla fede sapendo "che le medesime sofferenze si compiono nella nostra fratellanza sparsa per il mondo" Non siamo soli perché accanto a noi c'è chi combatte la nostra stessa battaglia e si può fare la straordinaria e confortante scoperta che esistono argentini immersi in un paese in crisi, donne e uomini come Rigoberta Menchù, che testimonia le ingiustizie del mondo, come Walden Bello che viene da un paese investito dalla guerra civile globale, le Filippine, come Hebe de Bonafini delle Madri di Plaza de Mayo, come Samir Amin, che descrive cosa il liberismo faccia ai bambini (li commercia, li usa come banche di organi, li rende schiavi, mette loro in mano le armi), come Joao Pedro Stedile, leader dei Sem Terra contro i quali il potere brasiliano ha aperto il fuoco, come Mariam Rawi, che lotta per i diritti delle donne in Afganistan, o gente come gli indigeni ecuadoriani che difendono la loro acqua e le loro foreste dai tentacoli dell'Agip, insomma, persone come queste che a Porto Alegre, al Forum sociale mondiale, sono riuscite a sorridere, tutte assieme, perché sono saldi nella loro fede. Fede in un Dio che verrà, o nel riscatto sulla terra: poco importa essere più o meno sicuri della possibilità dell'avvento della giustizia sulla terra, possiamo anche considerare il Regno di Dio come completamente trascendente, ma, se vogliamo continuare la sequela del Cristo, che fu povero tra i poveri, umile tra gli umili, crocifisso per amor di giustizia, ognuno e ognuna di noi non può che dare da bere agli assetati, da mangiare agli affamati, essere intollerante verso qualsiasi sopruso, continuare a coltivare in sé il bisogno e la necessità di essere vigile, di essere operatore ed operatrice di giustizia, di proseguire per quella porta stretta che ci è stata indicata. Erica Sfredda
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Ultimo aggiornamento ( domenica 06 gennaio 2008 )
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