|
Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà? Non è più buono a nulla se non a essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Matteo 5:13-16)
Comportatevi come figli di luce - poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità - esaminando che cosa sia gradito al Signore. Non partecipate alle opere infruttuose delle tenebre; piuttosto denunciatele; perché è vergognoso perfino il parlare delle cose che costoro fanno di nascosto. Ma tutte le cose, quando sono denunciate dalla luce, diventano manifeste; poiché tutto ciò che è manifesto, è luce. Per questo è detto:«Risvègliati, o tu che dormi,e risorgi dai morti,e Cristo ti inonderà di luce». (Efesini 5:8b-14) Comportatevi come figli di luce - poiché il frutto della luce consiste in tutto ciò che è bontà, giustizia e verità. Come accogliere queste parole, così semplici nella loro linearità e interpretazione anche letterale e così complesse e difficili da mettere in pratica? Figli della luce – l’epistola, scritta da Paolo ai cristiani di Efeso, vuole richiamare quella popolazione alla Luce. Efeso, capitale della provincia d’Asia, era considerata allora la metropoli più vivace dell’Asia romana. Aveva uno splendido tempio dedicato ad Artemide, dea della fecondità, attorno al quale era sviluppata un’attività intensissima di pellegrinaggi, voti, presunti miracoli che attiravano in città moltissime persone. Pellegrini, vagabondi, nullafacenti si aggiravano per le vie della città, chiedendo elemosine, miracoli, aiuto, ma anche spendendo il proprio denaro per mangiare, bere, dormire, acquistarsi benefici. Tali folle venivano intrattenute anche con attività varie che si svolgevano nel teatro (il più grande costruito dai greci) e nello stadio. Pare di vedere una delle nostre città turistiche, meta di centinaia e centinaia di persone che vorranno spendere il loro denaro, divertirsi, trascorrere piacevolmente il proprio tempo. Uomini e donne che troveranno negli efesini persone disposte a vendere loro divertimento, intrattenimento, cibo e tutto quello che si rende necessario ad un uomo che viaggia. Per gli efesini si trattava naturalmente di lavorare, di mantenere se stessi e la propria famiglia, come criticarli? A tutti costoro però Paolo dice “Risvegliati, o tu che dormi, e risorgi dai morti”: la vita dei credenti, infatti, deve essere conforme alla vocazione ricevuta. Ricevuta la fede, non si può tornare alla vana condotta della vita di prima, ma si deve spogliare il vecchio uomo e rivestire il nuovo. Infatti: “Voi siete il sale della terra; ma, se il sale diventa insipido, con che lo si salerà?” Come la distinzione tra la luce e le tenebre è assoluta e non ammette compromessi, così la vita nella fede. Abbiamo ricevuto la fede, una luce dentro di noi che non può che illuminare il nostro cammino, la nostra quotidianità, le nostre scelte, il nostro agire a scuola, nel lavoro, in famiglia. Molto spesso invece noi preferiamo rinchiuderci nel tepore dell’incoscienza, nel silenzio dell’agire che non lascia spazio allo spirito e alla mente. Ci facciamo trascinare in tante attività, buone o cattive che siano, e non ci accorgiamo che questo poco alla volta, giorno dopo giorno, ci conduce alla morte. Non a quella che tanto ci spaventa, che cerchiamo sempre di dimenticare come se non ci appartenesse, quella del corpo, quella che un giorno tutti dovremo incontrare. Ma non è di questo tipo di morte che parla l’apostolo Paolo, non è la morte del nostro fragile corpo che lo spaventa. E la nostra morte interiore, il vuoto e la voragine che poco a poco ci riempie e ci uccide. Ricordo un film uscito parecchi anni fa e tratto da un libro di Michel Ende, La storia infinita, nel romanzo si parlava di una lenta inesorabile vittoria del Nulla che poco a poco aveva invaso la fantasia dei bambini rendendoli incapaci di fede, di fiducia, di amore. Appiattiti in un agire quotidiano senza più speranze, senza più aspettative avevano condotto quasi a morte il mondo della fantasia. Naturalmente il paragone può sembrare poco rispettoso, ma io credo che il grande problema del nostro agire quotidiano non sia tanto il peccare in senso stretto: chi di noi ruba, uccide, rapisce? Nessuno credo. Ma chi di noi è fedele al Signore ogni minuto della sua giornata, chi di noi è capace di vivere la fede in tutte le svariate, banali vicende della vita? Chi di noi mentre lavora, mentre mangia, mentre ascolta e parla è profondamente totalmente illuminato dalla luce interiore che il Signore gli ha donato? Forse questo è il significato, saggio e profondo, della domenica dedicata al Signore: un aiuto ad uscire dal fare per tornare all’essere e quindi alla spiritualità, alla nostra vita più profonda, l’unica degna di essere vissuta. Ma il testo ci chiede ancora di più: l’atteggiamento dei credenti come figli della luce è visto in questo testo non solo come un allontanarsi dalle opere del peccato (dette infruttuose – cioè infeconde e perciò opposte alle opere ricche di frutto, quelle citate nel versetto 9, portatrici di “bontà, giustizia e verità”), ma anche come un rifiutarsi dal condividerle (non partecipate alle opere delle tenebre): e di conseguenza la necessità di denunciarle, contestarle, opporvisi. Le motivazioni nascoste e vergognose delle opere delle tenebre, devono essere messe in luce. Quindi non solo ci viene chiesto di rimanere sempre in contatto con la nostra interiorità più profonda, ma anche di smascherare il nostro agire. Anche qui non si tratta tanto per noi di denunciare un operato malavitoso (certo anche questo), ma di chiarire le nostre motivazioni più profonde, di mantenere acceso quel lume, datoci dal Signore, che ci permette di discernere, di leggere tra le righe del nostro agire. Solo così il credente partecipa all’opera di Cristo e dell’evangelo, distruggendo la potenza delle tenebre, dell’oscurità che sembra avvolgerci in maniera sempre più soffocante, che sembra essere tale da impedirci di vedere oltre al buio, oltre alla paura, oltre alla solitudine che ci avvolgono come in una giornata di nebbia, in cui può essere quasi impossibile vedere la strada, il cammino da percorrere. La notte sembra insidiarci e impedirci il cammino. I più sensibili di noi si sentono presi dallo sgomento, dalla paura di non sapere dove andare, come procedere, ma altri, si sentono autorizzati proprio dalle tenebre che incombono a non cercare più la strada, che ritengono probabilmente impossibile da trovare. Ma il Signore attraverso le parole dell’apostolo Paolo ci incoraggia a non temere, a non perdere la fede e la speranza. Ci chiede anzi un impegno concreto nella lotta per la luce della verità, un impegno a risvegliarsi, sicuri di trovare la luce del Signore. |