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Quinta Domenica del Tempo di Passione - Giovanni 8,1 -11 PDF Stampa E-mail
Scritto da Jonathan M. Terino   
domenica 21 marzo 2010
Cari fratelli e care sorelle,
    questo racconto è un testo che ha una storia complicata. Noi lo leggeremo nel contesto di Giovanni, dove ha trovato la sua ultima sistemazione. Gesù sa da dove è venuto e dove va. Egli non giudica nessuno. Non è giudicato da nessuno. Ora gli esperti della legge gli presentano un caso. Deve giudicare. Questo è per Gesù il terreno della prova: viene tentato dagli accusatori, che si mettono in mezzo (diabolos), tra lui e la fiducia nel Padre. “Tu (se sei Figlio di Dio), che ne dici?” Per prima cosa, Gesù distoglie l’attenzione dalla donna. Non è lei il peccato. Il testo non isola il peccato della donna né la singolarizza come peccatrice. Chi è l’accusato? Gesù? La donna? Gli scribi e i farisei? Chi accusa? È Dio? La legge? Il diavolo? La paura? La legge è iscritta nella cultura e nelle istituzioni di un popolo.
    Di regolamenti di convivenza sociale e religiosa bisogna pure darsene. Ma la legge genera ira ed ipocrisia, perché non sarà mai imparziale nella sua applicazione, né potrà mai tener conto della complessità della persona. Come definire il peccato? Qual è l’occasione e l’origine del peccato? Il peccato è mancanza di fiducia in Dio, che si esprime nella frammentarietà e nell’insicurezza dell’esistenza. La sua caratteristica è la paura. Paura che si traduce in minaccia, aggressione, giudizio, ripiego su di sé, fuga dalla realtà, finzione. Gesù è pienamente padrone di sé perché consapevole della sua origine e della sua meta, immerso nell’amore del Padre. Il suo IO profondo è fondato sulla certezza della sua identità con il Padre. Perciò non ha nulla da temere dagli scribi e i farisei, anche se ha in effetti paura e prende tempo scrivendo a terra. La prova: cederà al giudizio degli esperti di religione e di torah, provando a definire e circoscrivere il peccato della donna colta in adulterio? Difenderà il suo ruolo di “rabbino” agli occhi del popolo e dei capi citando la legge e giudicando gli scribi? La donna in piedi, in mezzo, per Gesù non è un caso da discutere ma una persona ferita e umiliata, sequestrata e usata per screditare Gesù. Gesù non prescrive morale ma restituisce la gravità al peccato e il valore alle persone, anche agli stessi scribi e farisei. Le persone devono essere conosciute a partire dalla loro relazione con il Creatore, non dal loro peccato. Gesù stabilisce un rapporto di comunicazione con tutti – sia con gli accusatori che con l’accusata. La donna non personifica il peccato e l’uomo Gesù non incarna il giudizio, se non ne senso di gettar luce sulla nostra realtà ignorata, un restituire valore alla persona e alla sua storia. Non solo nei confronti della donna colta in adulterio, ma anche degli stessi inquisitori. Gesù non condanna nessuno nella storia, ma lascia che ognuno sia lasciato solo davanti a sé stesso. L’amore caccia la paura di essere giudicati e infonde nuove energie per andare in cerca dell’altro, non per giudicarlo, ma per metterlo di fronte a se stesso. Gesù parlò loro di nuovo: «Io sono la luce del mondo; chi mi segue non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
    Cosa dire dei pacchetti di sicurezza preparati in tempi di crisi? Le nostre Leggi debbono restare aperte ad una rilettura che colga lo spirito del nostro legiferare tutelandone il carattere “redentivo“. La società non si difende eliminando il o la colpevole. Ciò non attua che una sorta di protezione dell'ordine pubblico, spesso invocato con tolleranza zero. Ma che ne è della persona e del suo inalienabile diritto ad esistere? Il Maestro non ci ha lasciato un codice, non fu un legislatore, ma la sua risposta attraversa i secoli ed interpella la nostra coscienza: chi è senza peccato scagli la prima pietra. Anziché porre mano ai sassi, se ascoltiamo la voce del Signore, rientriamo in noi stessi in una presa di coscienza che non lascerà immutati né noi, né le leggi né la nostra concezione dei compiti dello Stato. “Neanch’io ti condanno”: non aveva condannato neppure gli accusatori. “Da ora innanzi va’ e non peccare più: hai un nuovo inizio”. Non ricadere nella trappola, rientra in te. Pastore

John 8,1 -11  Dear sisters and brothers,
    this story is a text with a complicated history. We are going to read it in the context of John, where it found its final settlement. Jesus knows where he comes from and where he is going. He does not judge anybody. He is not judged by anybody. Now the law experts present him with a case he has to judge. This is for Jesus the testing ground: he is tempted by his accusers, who stand between him (diabolos) and his trust in the Father. “What do you (if you are the Son of God) say?” First of all, Jesus removes the focus from the woman. She is not sin. The text does not isolate the woman’s sin nor single her out as a sinner. Who is the accused? Is it Jesus? The woman? The Scribes and Pharisees? Who is accusing? Is it God? The Law? The devil? Fear? Laws are engraved into the culture and institutions of a people.
    One has to grant some regulations for social and religious cohabitation. And yet law generates wrath and hypocrisy, as it will never be impartial in its application, nor can it take fully into account the complexities of each person. How could we define sin? What is its occasion and origin? Sin is a lack of trust in God, which is expressed in the fragmentation and insecurity of existence. Its typical feature is fear. Fear which is translated into threat, aggression, judgment, being bent over one self, escape from reality, pretence. Jesus is fully aware of himself, because he is aware of his origin and his goal, immersed in the Father’s love. His deep “I” is founded on the certainty that his identity is bound to his Father. So he has nothing to fear from the scribes and Pharisees, even if he actually is afraid and takes time writing on the ground. The test: will he give in to the judgments of the religious Torah experts, trying to define and limit the sin of the woman caught in adultery? Will he define his role as a rabbi in the eyes of the people and of the leaders by quoting the law and judging the scribes? The woman standing in the middle for Jesus is not a case to be discussed but a person who has been humiliated and hurt, kidnapped and used to discredit Jesus. Jesus does not prescribe morality, but restores gravity to sin and value to human beings, including the same scribes and Pharisees. People need to be known by their relation to the Creator, not by their sin. Jesus establishes a communication with all, both the accusers and the accused. The woman does not personify sin and the man Jesus does not incarnate judgment, if not in the sense that he sheds light on our ignored condition. Love casts away the fear of being judged and infuses new energies to go and seek for the other, not to judge, but to set the person before her/him self. “Neither do I condemn you”. Go and from now on sin no more: you have a new beginning. Don’t fall back into the trap, come back to your senses. Pastore  
Ultimo aggiornamento ( mercoledì 24 marzo 2010 )
 

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