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Sermone del 23 gennaio 2010 PDF Stampa E-mail
Terza domenica dopo l'Epifania
predicazione di Erica Sfredda


LETTURE BIBLICHE: Isaia 9:1-4 / I Corinzi 1:10-18 / Matteo 4:12-23

Il popolo che camminava nelle tenebre,
vede una gran luce;
su quelli che abitavano il paese dell'ombra della morte,
la luce risplende.
Tu moltiplichi il popolo,
tu gli largisci una gran gioia; esso si rallegra in tua presenza come uno si rallegra
al tempo della mietitura,
come uno esulta quando spartisce il bottino.
Infatti il giogo che gravava su di lui,
il bastone che gli percoteva il dorso,
la verga di chi l'opprimeva
tu li spezzi, come nel giorno di Madian.
Difatti ogni calzatura portata dal guerriero nella mischia,
ogni mantello sporco di sangue,
saranno dati alle fiamme,
saranno divorati dal fuoco.
(Isaia 9:1-4)
Ora, fratelli, vi esorto, nel nome del Signore nostro Gesù Cristo, ad aver tutti un medesimo parlare e a non aver divisioni tra di voi, ma a stare perfettamente uniti nel medesimo modo di pensare e di sentire. Infatti, fratelli miei, mi è stato riferito da quelli di casa Cloe che tra di voi ci sono contese. Voglio dire che ciascuno di voi dichiara: «Io sono di Paolo»; «io, di Apollo»; «io, di Cefa»; «io, di Cristo». Cristo è forse diviso? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete voi stati battezzati nel nome di Paolo? Ringrazio Dio che non ho battezzato nessuno di voi, salvo Crispo e Gaio; perciò nessuno può dire che foste battezzati nel mio nome. Ho battezzato anche la famiglia di Stefana; del resto non so se ho battezzato qualcun altro. Infatti Cristo non mi ha mandato a battezzare ma a evangelizzare; non con sapienza di parola, perché la croce di Cristo non sia resa vana. Poiché la predicazione della croce è pazzia per quelli che periscono, ma per noi, che veniamo salvati, è la potenza di Dio (I Corinzi 1:10-18)
Gesù, udito che Giovanni era stato messo in prigione, si ritirò in Galilea.
E, lasciata Nazaret, venne ad abitare in Capernaum, città sul mare, ai confini di Zabulon e di Neftali, affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta Isaia: «Il paese di Zabulon e il paese di Neftali, sulla via del mare, di là dal Giordano,la Galilea dei pagani, il popolo che stava nelle tenebre, ha visto una gran luce; su quelli che erano nella contrada e nell'ombra della morte una luce si è levata». Da quel tempo Gesù cominciò a predicare e a dire: «Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare della Galilea, Gesù vide due fratelli, Simone detto Pietro, e Andrea suo fratello, i quali gettavano la rete in mare, perché erano pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini». Ed essi, lasciate subito le reti, lo seguirono. Passato oltre, vide altri due fratelli, Giacomo di Zebedeo e Giovanni, suo fratello, i quali nella barca con Zebedeo, loro padre, rassettavano le reti; e li chiamò. Essi, lasciando subito la barca e il padre loro, lo seguirono. Gesù andava attorno per tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe e predicando il vangelo del regno, guarendo ogni malattia e ogni infermità tra il popolo. (Matteo 4:12-23)

«Venite dietro a me e vi farò pescatori di uomini»: cari fratelli e care sorelle, quante volte abbiamo letto questo passo, quante volte lo abbiamo discusso ed esaminato, quante lo abbiamo chiosato per meglio capirlo, eppure, non so voi, ma io non posso affermare di averlo mai seguito nella sua profonda e condizionante assolutezza. Gesù ci sceglie ad uno ad uno, perché da ognuno di noi, presi per nome, scelti, predestinati, si aspetta un sì, si aspetta che lasciamo le reti, lasciamo la famiglia, lasciamo le nostre sicurezze e lo seguiamo.
Gesù comincia il suo ministero subito dopo la conclusione di quello di Giovanni, che è stato messo in prigione, e si dirige a Capernaum, una località sul lago di Tiberiade. La situazione è complessa e in continuo movimento: Gesù, protagonista assoluto di questi versetti, ha appena subito le tentazioni nel deserto, quando gli giunge la notizia che Giovanni è in prigione (e ben sappiamo che non ne uscirà vivo), a questo punto parte ed arriva a Capernaum, come, secondo Matteo era stato annunciato da una profezia di Isaia, che l'evangelista riporta integralmente. Da quel momento comincia la predicazione di Gesù: Ravvedetevi, perché il regno dei cieli è vicino.
Poi, la situazione sembra improvvisamente cambiare radicalmente e il paesaggio diventa improvvisamente ameno, si passa letteralmente dalle tenebre alla luce, alla serenità: Gesù cammina sulle rive del lago di Tiberiade, un luogo tranquillo e quasi idillico: possiamo immaginare la scena, graziosa e assolata. Nella traduzione della Riveduta, si dice che Gesù stava “passeggiando”, stava quindi camminando senza fretta, con leggerezza e serenità, e qui incontra dei pescatori, due coppie di fratelli: Simone detto Pietro con Andrea e successivamente Giacomo di Zebedeo con Giovanni. Si tratta di uomini che probabilmente già conosceva, che vivevano del loro lavoro, la pesca, e coi quali aveva probabilmente già parlato. Ma questa volta è diverso e Gesù chiede loro di lasciare il loro lavoro, i loro affetti, la loro casa, le loro abitudini e di seguirlo. E costoro lasciano subito le reti (e quindi tutta la loro storia e la loro vita passata) e lo seguono, apparentemente senza porre neppure domande. Matteo sottolinea con molta forza il carattere irresistibile, irrevocabile della chiamata. Potremmo paragonare questa chiamata ad altre chiamate, penso ad esempio al giovane ricco, la cui presenza nel Vangelo amplifica il significato di questa pronta risposta. La loro figura deve essere stata sin dai tempi della stesura dei vangeli sinottici considerata una figura che rappresentava un esempio ed una testimonianza, una esortazione a vedere subito quella luce che brillava nelle tenebre. All'interno di una chiesa gotica vediamo la luce che attraversa l'oscurità. La luce del giorno (di per sé invisibile, trasparente), che non si vede, può essere percepita e vista, proprio nel contrasto con le tenebre. La luce è arrivata, non possiamo non vederla, o meglio, non potremmo non vederla, perché è là di fronte a noi, che ci chiama ed invita alla sequela. Per Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni è così: una chiamata irresistibile, alla quale non si può opporre un rifiuto.
Del resto se nella figura concreta, fisica di Gesù il Regno diventa presente nell'umanità e nella storia, la chiamata del Figlio di Dio non può che essere irreversibile, la sua Parola non può che raggiungere gli uomini con l'autorità di Dio stesso e l'unica risposta possibile alla Sua chiamata è quella di lasciare ogni cosa e seguirlo. Gli uomini vengono chiamati da Gesù alla salvezza e alla vita, ora, adesso, subito.
Ma a noi cosa rimane di questo messaggio? Noi che non abbiamo incontrato un Gesù in carne ed ossa, che non abbiamo avuto la possibilità di essere messi alla prova proprio da Dio che si è fatto uomo. Dobbiamo rinunciare? Come dobbiamo e possiamo attualizzare il messaggio di Matteo?
In realtà io non credo che la Bibbia vada “attualizzata”, perché è attuale in sé e chi la legge deve, al contrario, proprio evitare di disinnescare la carica esplosiva del suo messaggio relativizzandolo, semplificandolo e stravolgendolo credendo di concretizzarlo. Il messaggio biblico non va applicato alla situazione concreta, perché contiene in sé la propria concretezza.
Ma come dobbiamo vivere allora la nostra “sequela”? Come sentire la chiamata di Gesù, oggi che non passeggia più fisicamente accanto a noi. Il rischio di confonderci e di perdere di vista Gesù è concreto e reale, ma lo era anche nei tempi biblici, perché fa parte della nostra umanità, del nostro irriducibile peccato da cui nulla e niente di quello che possiamo fare ci può definitivamente allontanare.
L'apostolo Paolo ci dà un'indicazione, che è valida anche per noi oggi, quando, parlando coi credenti di Corinto, dichiara loro che non devono sentirsi di Paolo, di Apollo, di Pietro: ai fratelli di Corinto Paolo raccomanda di non dimenticare che Cristo non è diviso e che la lealtà a Cristo, Salvatore e Signore, è un'altra cosa dalla lealtà che un credente può provare per colui che gli ha fatto conoscere Cristo. Anzi, per evitare questo tipo di legame con la sua persona, Paolo non ha battezzato quasi nessuno, a Corinto: la sua vocazione non è stata di battezzare, ma di evangelizzare. Non si tratta quindi del problema delle divisioni all'interno della chiesa o delle comunità, quanto della tendenza tutta umana e naturale di sentirsi più legati a qualcuno in particolare, a chi ha aperto i nostri occhi alla fede, a chi ci vuole bene, a chi è stato per noi un maestro o un benefattore, ma anche in senso lato di sentirsi più fedeli ai nostri cari, ai nostri amici, ai valori che riteniamo validi e che talvolta assumono per noi maggiore significato della figura stessa di Gesù. Quante volte l'effettiva concretizzazione del Vangelo diventa per noi più importante del Vangelo stesso e non ci accorgiamo che così facendo, non siamo più “di Gesù”, ma della terra e delle nostre opere? Quante volte le nostre battaglie, pur giuste e sacrosante, assumono per noi un valore assoluto, che ci conquista più della lenta e dolorosa sequela? Paolo in questo passo in effetti non credo intenda condannare i singoli “partiti”, ma la tendenza stessa a esemplificare il messaggio di Gesù, facendogli indossare l'abito che a noi, spesso in buona fede, sembra il più adatto.
In questo senso, dobbiamo forse leggere il messaggio che attraverso i secoli ci è arrivato da Lutero, a proposito del senso stesso delle opere: il riformatore tedesco non credeva che le opere avessero un senso religioso specifico, anche se rendono reale la nostra adesione a Dio e al suo messaggio, soprattutto quando riusciamo ad agire non ascoltando il nostro bisogno di servire, ma il bisogno reale del nostro prossimo. Ma dobbiamo vigilare sul significato spirituale che il nostro agire assume, se stiamo seguendo Gesù o il nostro orgoglio, Gesù e la sua chiamata o la chiamata tutta terrena del nostro bisogno di sentirci di Gesù.
Insomma parafrasando Bonhoeffer, dobbiamo stare ben attenti ad evitare la “Grazia a buon mercato” che saremmo spesso inclini a concederci da noi stessi senza la conversione, senza aver prima abbandonato le reti e seguito Gesù. Quando Bonhoeffer parla di “Grazia a buon mercato”, intende dire che il rischio per noi evangelici è sempre quello di passare dalla giustificazione del peccatore a quella del peccato. Grazia a buon prezzo è grazia senza che si segua Cristo, grazia senza la croce, grazia senza il Cristo vivente, incarnato, senza la sequela.
La grazia a caro prezzo è invece la chiamata di Gesù Cristo che spinge il discepolo a lasciare le sue reti e a seguirlo. Questo tipo di grazia è a caro prezzo perché soggioga l’uomo costringendolo a seguire Gesù Cristo, là dove Egli ci chiama e quando Egli ci chiama, anche se questo può in un primo tempo apparirci come pazzia, ma in realtà sappiamo bene che è potenza di Dio.


Dear brothers and sisters, we have read this passage many times, discussed it and examined it, glossed over it to better understand it, and yet, I don’t know about
you, but I can’t say I have ever followed it in its deep and disturbing absolute claims.
Jesus chooses us one by one, because he expects from each of us, whom he has called by name, chosen and predestined, a positive response; he does expect us to leave our nets, our family, our safety and to follow him.
Jesus begins his ministry right after John has been put in prison and forced to conclude his own; he is on his way to Capernaum, along the sea of Tiberias.
The situation is complex and in constant motion: Jesus, the absolute protagonist in these verses has just been through the temptations in the desert, when news comes to him that John is in prison (and we well know he will not come out of there alive); at this point he leaves and reaches Capernaum, a locality that, according to Matthew, had been announced by a prophecy of Isaiah, which the Evangelist reports in full.
From that time onwards Jesus begins his preaching: “Repent, for the kingdom of heaven is at hand!”.
Then, the situation seems to change radically and the landscape all of a sudden becomes pleasant, one literally goes from darkness to light, to serenity: Jesus walking along the side of the lake of Tiberias, a calm and almost idyllic place; we can just imagine the graceful, radiant scene. In our Italian version it is said that Jesus was “taking a walk”, so he was walking easy and peacefully with no hurry, and here he meets some fishermen, two sets of brothers: Simon, called Peter with Andrew, and subsequently, James of Zebedee with John. They were probably people he already knew, who made a living out of their fishing, with whom he had already spoken. But this time things are different, and Jesus asks them to leave their job, their family ties, their habits, and to follow him. So they immediately leave their nets (and with that, their previous story and life) and follow him, apparently without even putting any questions. Matthew strongly emphasizes the irresistible, irrevocable nature of the call. We may compare this call to other calls; my thoughts go for example to the young rich ruler, whose presence in the Gospel amplifies the meaning of this prompt response. Already at the time of the redaction of the Synoptic Gospels their character must have been commended as an example and a witness, of how we all should immediately see the light shining in darkness. If you enter a Gothic church you can see the beams of light breaking through the darkness. Daylight (invisible and transparent of itself) can be perceived and seen, precisely as a contrast with darkness. The light has arrived, so we can not avoid seeing it, or rather, we could never miss seeing it, because it is out there in front of us, calling us and beaconing us to follow. This is so for Simon, Andrew, James and John: they are faced with an irresistible call, and can not oppose any refusal.
If the Kingdom becomes present to humanity in the concrete, physical person of Jesus, then the Son of God’s call can not but be irreversible, his Word can not but reach human beings with the authority of God himself and the only possible response to his call is to leave everything and follow him. Men and women are called by Jesus to salvation and life now, right here and at once.
And yet, what is left of this message for us, today? We, who have not met the real live Jesus in the flesh, who have not had the possibility of being put to the test precisely by a God who has become a human being – are we to give up? How must and can we actualize or make Matthew’s message relevant? Actually, I do not believe the Bible should be “actualized”, because it is relevant in itself, and whoever reads it must beware of defusing the explosive charge of its message by relativizing it, simplifying it and distorting it while believing to make it more concrete. The Biblical message is not to be applied to the concrete situation, because it contains its own concreteness. Then how are we to live our “act of following”, our discipleship? How are we to hear the call of Jesus who no longer physically walks at our side? The risk of being confused and of losing sight of Jesus is very concrete and real, but it was so even in Biblical times, as it is part of our humanness, of our irreducible sin from which nothing of what we can do will ever free us.
The Apostle Paul gives us an indication which is valid for us today, when, addressing the believers in Corinth, he declares to them they should never feel they belong to Paul, to Apollos or to Peter: Paul forcefully reminds the community in Corinth that Christ is not divided and that loyalty to Christ, Saviour and Lord, is quite different from a sense of loyalty one might have for a person who introduced them to Christ. On the contrary, to avoid this kind of bond to with himself, Paul has not baptised anybody in Corinth: his vocation is not to baptise, but to evangelise. So the issue is not about divisions within the church or the communities, as much as a typically human natural tendency of feeling more closely tied to someone in particular, to someone who has led us to Christ, who loves us, or has been to us a teacher or benefactor, but also in a wider sense, it is about feeling a stronger bond of faithfulness to our loved ones and friends, or to values we consider valid, which at times take on a greater significance than the very person of Jesus himself. How easy it is for the effective concretization of the Gospel to become more important to us than the Gospel itself! How can we not realize by so doing that we no longer belong to Jesus, but to the earth and to our own works? How easy it is for our battles, no matter how just and sacrosanct, to take on an absolute value in our eyes, capturing us more than the slow and painful act of following Jesus? I do not believe that Paul is trying to condemn single “parties” in this passage, but rather the very tendency of exemplifying Jesus’ message by forcing him to wear the coat that often in good faith seems to be the most fitting in our own eyes. In this sense we ought to first read the message that has reached us across the centuries from Luther, concerning the very meaning of works: the German reformer did not believe that works had any specific religious value, even if they make our claim to belong to God and to his message real, especially when we are able to act without listening to our personal need to serve, but to our neighbour’s actual need. And yet, we need to watch over the spiritual meaning our behaviour takes, whether we are following Jesus or our own pride – Jesus and his call or our totally earthly call, i.e. of our own need to feel we belong to Jesus. In other words, rephrasing what a German pastor and theologian called Dietrich Bonhoeffer wrote during the critical war time, we should be very careful to avoid “cheap grace” which we might be prone to allow ourselves autonomously without conversion, without having first abandoned the nets and followed Jesus. When Bonhoeffer refers to “cheap grace”, he means to say that the risk we run as Protestants is always to shift from the justification of the sinner to the justification of sin. Cheap grace is grace without following Christ, grace without the cross, grace without the living, incarnate Christ, without discipleship.
Costly grace instead is the call of Jesus Christ that drives the disciple to leave his or her nets and follow him. This kind of grace is costly, because it subjugates the human being, forcing us to follow Jesus Christ, wherever he calls us and whenever he calls us, in spite of the fact that at first it may appear to us as madness, but in reality we know well it is the power of God.
Ultimo aggiornamento ( venerdì 18 febbraio 2011 )
 

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